Colto da una spaventosa furia omicida per aver perso suo cugino e forse amante Patroclo, Achille massacra tutti i troiani che incontra. La disperazione e il dolore alimentano la cieca vendetta, la sua ira funesta non ha più argini, ci racconta il libro XXI del grande poema omerico, l’Iliade.
Lo scempio umano immortalato dalla poetica artistica di Pam Mazzuchelli ci ricorda il racconto omerico, uno scempio in chiave contemporanea, identico negli eccessi: corpi straziati, cuori che sembrano precipitare con i vasi sanguigni strappati, torsi, toraci, arti neri come la pece, rossi come la vergogna umana, che penzolano nel dolore di esseri ormai scomparsi, svaniti dalla terra. Siamo nell’immane desolazione di Gaza, nell’inferno ucraino a Bucha o Mariupol, ad Aleppo e Homs, nel Kivu (Repubblica democratica del Congo) o in Sudan. Corpi eterei sembrano abbandonare le macerie per salire in cielo: come nell’iconografia medievale del giudizio universale, alcuni forse destinati al riscatto, alla salvezza, al paradiso, altri nella parte opposta della tela, costituiscono un esercito di impiccati acchiappati e divorati da un diavolo dai colori del fuoco eterno con le fattezze mostruose e imponenti del celebre Belzebù che campeggia nella basilica San Petronio di Bologna.
Il mondo sembra impazzito, vogliamo scendere.
La tetra eco di un nostro destino ineluttabile
Le anime salve di Mazzuchelli ascendono in un afflato religioso sopra una città che le bombe hanno trasformato in una landa di macerie, appaiono corpi diafani e scheletrici che portano le stigmate della violenza ma anche della fame. Arma micidiale, quest’ultima, che fino a poco tempo fa sembrava definilivamente consegnata, perlomeno in Occidente, ai libri di storia. La falce della morte lenta non mira solo ai terroristi fanatici di Dio. Non risparmia proprio nessuno: l’agonia di donne, anziani, bimbi ci è servita asugli schermi live, in diretta mondiale.
Pam Mazzuchelli denuncia le guerre, tutte.
Nel suo La vita di Agricola, Tacito (fine I sec, inizio Il sec d.C.) fa dire al capo dei Caledoni quello che lui in quanto cittadino di Roma, non può personalmente dire. Così dunque il «j’accuse» di Calgaco nel suo appello alla resistenza contro gli invasori romani, in uno dei passaggi più forti e straordinari di tutta la letteratura classica: "Auferre, trucidare, rapere, falsis nominibus imperium, atque ubi solitudinem faciunt pace appellant’’. Rubare, trucidare, rapinare e con falso nome lo chiamano impero; infine dove creano il deserto, lo chiamano pace. Parole vergate duemila anni fa e che oggi risuonano come fossero la tetra eco di un nostro destino ineluttabile.