A Castel Volturno, il paesaggio urbano racconta una storia che un solo sguardo non può decifrare. Dietro cancelli chiusi, ville abbandonate e strade che non portano da nessuna parte, si sovrappongono le tracce della mafia, della speculazione immobiliare e delle persone di origine straniera… Eppure, guardando più da vicino, si scoprono anche persone che lavorano instancabilmente, ogni giorno, per liberare la città dal suo passato segnato dalla violenza e dagli abusi.
Geografa, insegnante e ricercatrice presso l’Università di Grenoble e il laboratorio di ricerca Pacte. Coordinazione editoriale : Philippe Rekacewicz. Traduzione: Luca De Matteis e Cristina Del Biaggio.
Esistono territori difficili da decifrare. Ci vuole tempo per coglierne la complessità, che può essere compresa solo attraverso le storie di chi ci vive e ci lavora. La zona che si estende da Castel Volturno a Casal di Principe, a poche decine di chilometri a nord di Napoli, è certamente uno di quei territori impossibili da comprendere in una sola visita.
Frequento questo posto ormai da qualche anno; è stato qui che ho organizzato, nel 2020, il primo acquisto collettivo di passata di pomodoro biologica ed etica prodotta dalla cooperativa Esperanto, le cui attività si concentrano sull’integrazione delle persone vulnerabili, in particolare attraverso l’attività agricola.
La cooperativa gestisce anche una casa confiscata alla mafia. Rinominata Casa di Alice, è stata la mia dimora durante il mio soggiorno nel luglio 2026. È da questa casa che mi propongo, in questo reportage, di dispiegare la geostoria di questo territorio di cui uomini e donne hanno intrapreso la riappropriazione dopo decenni sotto il controllo della criminalità organizzata [1].
Casa di Alice, un bene confiscato alla mafia con la sua scala a chicciola.
Foto : Cristina Del Biaggio, 2026.
Il nome scelto per questa casa si riferisce alla bambina del Paese delle Meraviglie: Alice. La casa di Alice, costruita su un unico piano, con giardino e tetto piatto raggiungibile tramite una scala a chiocciola leggermente arrugginita di cui non ho verificato la solidità, si trova in un piccolo vicolo residenziale privato, accessibile solo tramite un cancello che si apre con una app su smartphone.
Viale del Correggio, impressioni (Fotografie : Cristina Del Biaggio, 2026)
Queste foto offrono uno scorcio di Viale del Correggio, dove è ubicata Casa di Alice. La prima foto mostra il cancello chiuso che dà sulla strada principale, mentre l’ultima fa vedere l’altro cancello, anch’esso chiuso, che (teoricamente) dà accesso alla costa e quindi al mare. Ai lati della strada si trovano villette in vari stati di conservazione: alcune case sono state ristrutturate, altre sono in costruzione, probabilmente da anni.
Il cancello chiuso su Viale del Correggio. L’apertura di questo cancello è possibile unicamente attraverso una app su un telefono cellulare.
Il cancello che chiude l’accesso al mare da Viale del Correggio.
Viale del Correggio si trova nel quartiere Baia Verde di Castel Volturno, una città di circa 30’000 abitanti [2] situata a una quarantina di chilometri a nord di Napoli. E’ sulla terrazza di questa casa che ho appeso la mia amaca per alcuni giorni prima di proseguire il mio viaggio verso sud, in Calabria. Fu anche qui che una classe di studenti e studentesse in pianificazione territoriale dell’Istituto di Urbanistica e Geografia Alpina (IUGA) dell’Università di Grenoble pranzò e cenò durante il viaggio di studio che organizzai per loro. Il loro resoconto della visita si trova in un diario di viaggio scaricabile in francese cliccando qui. Nel riquadro sottostante ne riproduciamo un estratto.
Amaca installata sul terrzzo di Casa di Alice.
Foto : CDB, 2026.
Diario di viaggio degli studenti e studentesse (estratto)
La prima impressione condivisa da tutta la classe è quella di un territorio fisicamente devastato, congelato in uno stato post-apocalittico. Castel Volturno appare inizialmente come una città fantasma dove regna il vuoto. Come fa notare uno studente: «Questi paesaggi sono ciò che potremmo vedere se si verificasse un collasso generalizzato».
Antonio Casaccio mentre sfoglia il diario di viaggio realizzato dagli studenti e dalle studentesse del corso di laurea magistrale in pianificazione territoriale.
Foto : CDB, 2026.
Questo vuoto si manifesta in una pianificazione urbana incompiuta e trascurata. Infatti, l’erba alta invade i marciapiedi, le strade sono fatiscenti e gli edifici si ergono incompiuti e abbandonati. L’imponente espansione urbana lungo la Via Domitiana, progettata unicamente per il traffico automobilistico, senza pensare a persone a piedi o in bicicletta, accentua ulteriormente questa sensazione di caos. Il paesaggio oscilla stranamente tra l’aspetto di un sobborgo americano, di una Costa Azzurra degradata e di enclavi barricate dietro cancelli di sicurezza, rafforzando un senso di isolamento.
Questo sviluppo è in definitiva la manifestazione spaziale di una forma di governo parallela, quella della mafia: “la camorra, la si vede nel paesaggio”. La mafia ha letteralmente plasmato il paesaggio attraverso la speculazione e l’illegalità, lasciandosi alle spalle un ambiente degradato e un’onnipresenza di rifiuti che ancora oggi segnano il confine tra terra e mare.
Al di là degli edifici stessi, è la palese assenza delle autorità pubbliche ad averci colpito. Il disimpegno dello Stato italiano è chiaramente visibile nella mancanza di servizi pubblici e infrastrutture pedonali. “Abbandono da parte dello Stato” è un grido che risuona frequentemente nelle testimonianze degli attori locali che abbiamo intervistato, frustrati da decenni di inazione percepita come deliberata. Questa negligenza colpisce in modo particolare le fasce più vulnerabili della popolazione, soprattutto le comunità di migranti, che si trovano ad affrontare condizioni igienico-sanitarie precarie e una sorta di invisibilità amministrativa.
La questione dei beni confiscati mette in luce un grave paradosso istituzionale. Se da un lato la confisca giudiziaria rappresenta una vittoria simbolica, dall’altro è accompagnata da un vuoto operativo: “Lo Stato confisca, ma non ricostruisce davvero “. Sottrae beni alla mafia, ma fatica a reintegrarli nel sistema legale, lasciando le associazioni con edifici fatiscenti, senza alcun sostegno concreto o aiuto finanziario per restaurarli.
È qui che emerge il contrasto principale del nostro viaggio: la sorprendente dualità tra il paesaggio desolato e la “voglia di vivere” dei suoi abitanti. Laddove le istituzioni pubbliche hanno fallito, intervengono associazioni e residenti impegnati. Ciò che dovrebbe rientrare nelle competenze del governo viene realizzato in modo autonomo da sacerdoti, giornalisti dediti e collettivi di cittadini e cittadine.
Dietro persiane chiuse e facciate fatiscenti, abbiamo scoperto una sorprendente ricchezza sociale: “Le associazioni e i residenti simboleggiano un barlume di speranza in mezzo alle immense sfide che il territorio deve affrontare“. Riconquistando le ex roccaforti della camorra e trasformandole in spazi accoglienti per la cultura e l’agricoltura sociale, queste persone restituiscono un significato umano e sostenibile al territorio. Qui, il bene comune non è un concetto teorico, ma un motore vitale di resilienza per superare la povertà materiale.
Castel Volturno ci ha messo di fronte a una cruda realtà: quella di un territorio in cui la sopravvivenza non dipende più dalle strutture ufficiali, ma dalla fiera determinazione di pochi. Questo viaggio di studio non ci ha mostrato solo edifici in rovina o terreni confiscati, ma ci ha anche rivelato la forza della dignità umana di fronte all’abbandono.
Partiamo con la certezza che il futuro di un luogo simile non sarà determinato unicamente da decreti o piani grandiosi, ma dal sostegno a coloro che, sul campo, stanno pazientemente ricucendo il tessuto sociale. Castel Volturno ci ricorda che anche dove tutto ciò che vediamo è vuoto e desolazione, esiste una solidarietà capace di trasformare un’eredità di violenza in un progetto di speranza. Ciò che ricorderemo è che l’essenza di una comunità risiede meno nella solidità delle sue mura che nella forza dei legami che uniscono i suoi abitanti.
↬Gli studenti e le studentesse in pianificazione territoriale dell’Istituto di Urbanistica e Geografia Alpine (IUGA) dell’Università di Grenoble, percorso IDATT, anno accademico 2025-2026.
Riflettere a partire da questa casa permette di raccontare la Storia, e le storie, di “riscatto” di un intero territorio che è stato vittima di decisioni prese da persone, economicamente o politicamente influenti, che raramente si sono preoccupati di considerare gli umani e i non umani che lo abitavano prima che intervenissero le grandi trasformazioni avvenute nel dopoguerra. La decisione più recente, presa nella primavera del 2026, è la progettazione di un Centro di Permanenza per i Rimpatri (CPR) proprio a Castel Volturno. I gruppi che lottano contro la sua edificazione si sono uniti nello slogan:
Castel Volturno non è un’area da sacrificare. È un territorio al quale deve essere garantita giustizia. [3]
Castel Volturno è un borgo lungo e stretto, che si estende per 27 chilometri parallelamente alla costa mediterranea. È stato costruito senza un piano urbanistico, il primo dei quali è stato adottato nel 2021.
Per collocare la Casa di Alice nel suo contesto territoriale, è necessario ripercorrere le tappe della storia recente della città e della regione in cui è ubicata. Questa storia è stata segnata da due eventi importanti: la bonifica agricola della pianura e il terremoto che colpì duramente l’Appennino centrale nel 1980.
In rosso, le aree che hanno subìto interventi di bonifica a partire dal XIX secolo; in blu, quelle interessate dagli interventi tra il XVI e il XVIII secolo. Castel Volturno si trova nella Pianura campana, indicata in rosso.
Fonte: Dettaglio di una tavola dell’atlante tematico prodotto dall’Ufficio Cartografico del Touring Club Italiano con il Consiglio Nazionale delle Ricerche (1989-1992). Mappa disponibile su Wikipedia.
Il recupero dei terreni fu realizzato in parte attraverso la piantumazione di una pineta. Bonificati, i terreni furono messi a disposizione dall’amministrazione fascista alle famiglie dei mezzadri, affinché potessero coltivare il suolo nell’entroterra e far pascolare le loro bufale sulle terre sabbiose costiere inadatte all’agricoltura. Questi terreni erano inalienabili: su di essi non poteva essere compiuto alcun atto pubblico, come l’acquisto o la vendita. Tuttavia, come vedremo in seguito, “notai complici“, come li definisce il giornalista Antonio Casaccio, forgiarono un consenso per la costruzione di villaggi turistici, alberghi e case vacanza… Autorizzazioni che segnarono profondamente il paesaggio costiero e il socio-ecosistema locale.
Pannello informativo che illustra l’evoluzione della pineta, dalla sua piantumazione all’arrivo della cocciniglia tartaruga del pino.
Foto: CDB, 2026.
Come mi ha spiegato Lara Corace dell’associazione ambientalista locale Le Sentinelle, una varietà di pino, scelta per le sue proprietà idrovore, è stata piantata in modo estensivo per migliorare il drenaggio nella zona costiera. Gli alberi, piantati molto vicini tra loro, si sono indeboliti nel tempo; vulnerabili, hanno ceduto all’infestazione della cocciniglia, un parassita dei pini che ha accelerato un processo inevitabile: l’estinzione delle specie non autoctone.
Il terreno, ormai privo di pini, sta lasciando il posto ad altri arbusti caratteristici della macchia mediterranea, in particolare il leccio. È in corso un progetto di ripristino della pineta, sostenuto dalla Regione Campania, per accelerare il processo di rinaturalizzazione. Con il cambiamento della flora, Lara ha osservato il ritorno di specie animali che non si vedevano più in questa fascia costiera: volpi, fagiani e scoiattoli stanno trovando un habitat adatto.
Nella zona costiera di Castel Volturno, la macchia mediterranea si sta riappropriando del suo territorio.
Foto: CDB, 2026.
Riprendiamo il filo della storia per comprendere un’altra conseguenza della bonifica di Castel Volturno. Rendere il terreno “abitabile” alle società umane, liberandolo dalle zanzare, ha creato le condizioni per concepire grandi progetti immobiliari che, nel dopoguerra, hanno trasformato il piccolo borgo e i terreni, un tempo comuni e destinati all’uso condiviso, in un’imponente località balneare per la borghesia e l’alta borghesia napoletana. Era una “meta d’eccellenza“, facilmente raggiungibile da Napoli, mi ha detto Antonio Casaccio, direttore di Informare. Architetti, artisti, ingegneri e altri membri della borghesia urbana vi acquistarono immobili. Fu in questo periodo che si moltiplicarono, in modo abusivo e dunque illegale, le seconde case e le infrastrutture turistiche. Ciò è particolarmente vero per il quartiere di Pinetamare – detto anche “Villaggio Coppola” – e Baia Verde.
Il Villaggio Coppola iniziò ad essere costruito a partire dalla metà degli anni ’60, cioè prima del 1977, anno in cui entrò in vigore la cosiddetta Legge Bucalossi, dal nome del suo promotore Pietro Bucalossi. Questa legge introdusse l’obbligo di richiedere un permesso di costruzione prima dell’inizio dei lavori. Quando i fratelli Vincenzo e Cristoforo Coppola decisero di costruire il loro complesso turistico [4], non era richiesto alcun permesso. Gli imprenditori, visti all’epoca come veri benefattori, portarono così ricchezza nel cuore di una regione dove regnava la povertà e dove i contadini vivevano nella miseria e nell’ignoranza. Era un periodo in cui gli allevatori sopravvivevano possedendo poche bufale che facevano pascolare su quei terreni sabbiosi che “non valevano nulla” perché non adatti all’attività agricola, sottolinea Tommaso Morlando, fondatore del quotidiano Informare e presidente dell’associazione “Centro studi Officina Volturno – Contro la camorra non molliamo".
Quartiere Pinetamare/Villaggio Coppola di Castel Volturno, gran parte del quale è ora abbandonato.
Foto: CDB, 2026.
Pinetamare/Castel Volturno frazione di Castel Volturno.
Foto: CDB, 2026.
A differenza del quartiere Pinetamare, dove sorgono grandi edifici, spesso costruiti su più piani, il quartiere Baia Verde è composto quasi esclusivamente da villette situate lungo strade private chiuse al pubblico da cancelli, accessibili solo ai e alle residenti. Una di queste villette è oggi Casa di Alice.
Localizzazione di Casa di Alice nel quartiere Baia Verde di Castel Volturno.
Mappa: OpenStreetMap.
Il quartiere Baia Verde e le sue strade private (Fotografie : Cristina Del Biaggio, 2026)
Il quartiere Baia Verde è delimitato da una serie di cancelli che vietano l’accesso ai non residenti, costringendo a lunghe deviazioni per raggiungere la strada principale o la spiaggia, anch’essa in gran parte privatizzata. Queste fotografie mostrano alcuni di questi cancelli, ripresi di giorno e nell’oscurità della notte.
I cancelli durante il giorno…
… e la notte
L’anno 1980 segnò il punto di svolta che trasformò per sempre la regione. Il 23 novembre, un potente terremoto, con epicentro nell’Appennino centrale, distrusse un numero considerevole di abitazioni. Le ripercussioni del sisma si estesero fino alla città di Napoli, provocando quasi 3’000 morti e 300’000 sfollati, secondo le statistiche pubblicate dai vigili del fuoco. Alcuni di loro furono reinsediati a Castel Volturno. Con una mossa davvero eccezionale, che Tommaso Morlando definisce «l’unico e più importante atto di comunismo in Italia», lo Stato italiano raggiunse un accordo con il comune di Castel Volturno per requisire, senza indennizzo economico, case e strutture turistiche di proprietà di non residenti per ospitare i profughi del terremoto. Un provvedimento concepito e dichiarato straordinario e temporaneo, per dare allo Stato il tempo di offrire loro una soluzione definitiva o per permettere alle persone di trovare soluzioni autonomamente.
In cambio, lo Stato italiano promise all’allora sindaco di Castel Volturno di incrementare la popolazione a 50’000 abitanti, rispetto ai circa 8’000 che ne contava la cittadina prima del sisma, una soglia che avrebbe consentito al comune di ottenere un gettito fiscale pro capite significativamente maggiore. Inoltre, il governo, guidato dalla Democrazia Cristiana, garantì alla città 80 posti nella pubblica amministrazione tramite nomina diretta, ovvero senza concorso pubblico, ma sulla base di una lista presentata dai consiglieri comunali. Il consiglio comunale contava all’epoca una decina di membri, che hanno così potuto “piazzare” una decina di parenti e amici ciascuno, coltivandosi amicizie e garantendosi un consenso politico.
Questo portò a un’“invasione” di oltre 40’000 terremotati e terremotate provenienti dai quartieri poveri e periferici di Napoli. Il territorio fu letteralmente “svenduto“, commenta Tommaso Morlando. All’arrivo degli sfollati, le case vennero svaligiate e saccheggiate, e gli immobili persero improvvisamente valore. Chi poteva permetterselo vendette la propria casa; gli altri la abbandonarono, perché non solo il valore delle loro abitazioni era crollato, ma anche la composizione demografica del quartiere era radicalmente cambiata. Quando gli sfollati se ne andarono, qualche anno dopo, lasciarono dietro di loro “vuoto e caos“, aggiunge Morlando.
Questo “vuoto” si creò nel momento in cui persone provenienti dai continenti africano e indiano arrivarono in Italia in cerca di lavoro e, di conseguenza, di alloggio. Castel Volturno divenne così un catalizzatore per una forza lavoro straniera – in gran parte sfruttata – che trovò in questa zona rurale sia lavoro – in particolare nella raccolta di pomodori e agrumi per gli africani, e nell’allevamento di bufale per gli indiani – sia alloggi da occupare, dato che molti immobili erano stati abbandonati.
Il Domitia Green Village situato tra il mare e una zona boschiva (a sinistra nell’immagine) da un lato e il Lago Patria dall’altro (a destra)
Immagine: Google Maps.
Un altro elemento si aggiunge a questa complessità territoriale: negli anni ’90 e 2000, la camorra – e in particolare il “clan dei Casalesi” – ha seminato il caos nella regione. A Castel Volturno, società affiliate ai vari clan mafiosi hanno investito nel settore immobiliare. Alessandro Buffardi, fondatore e presidente della cooperativa Esperanto, ricorda che la speculazione immobiliare in quella zona era massiccia, e lo dimostra con due cifre: il comune conta circa 100’000 unità abitative per una popolazione di circa 50’000 abitanti [5]. Così sono sorte vere e proprie “cittadelle dentro le cittadelle“, come le definisce Antonio Casaccio: è il caso, ad esempio, del Domitia Green Village. I quasi 200 appartamenti che compongono questo quartiere – frutto di un accordo firmato tra imprenditori legati a famiglie mafiose e rappresentanti politici complici – sono stati venduti fraudolentemente come unità abitative. Questa enorme truffa è stata recentemente oggetto di un’inchiesta da parte del giornale Informare [6].
A partire dai primi anni 2000, la magistratura iniziò ad arrestare e condannare numerosi boss del clan dei Casalesi, i cui beni furono successivamente confiscati ai sensi della Legge 109/96. Questa mira a restituire alla comunità la ricchezza accumulata illecitamente dai membri della criminalità organizzata. Tra i beni confiscati c’è la villetta dove Assunta Maresca, detta “Pupetta”, trascorreva le sue vacanze. Maresca era soprannominata “pupetta” per la sua bellezza, ma era anche conosciuta come “la signora della camorra” per il suo ruolo nell’organizzazione mafiosa.
Ritratto di Jerry Masslo.
Foto : wikimedia commons.
Nel 1997, la sua casa fu confiscata dallo Stato italiano e nel 2010 fu affidata in gestione all’associazione “Altri orizzonti – Jerry Masslo”, un’associazione che all’epoca svolgeva attività di assistenza socio-sanitaria nelle strade di Castel Volturno, in particolare per sostenere le prostitute. L’associazione nacque da un gruppo di medici in seguito all’omicidio, avvenuto nel 1989 per mano di una banda criminale, di Jerry Essan Masslo, un lavoratore sfruttato di origine sudafricana.
La casa di Pupetta fu trasformata in un rifugio per donne vittime di tratta. Qualche anno dopo emerse un nuovo progetto: la creazione di una cooperativa sociale [7] per fornire un’alternativa economica alle persone che l’associazione aveva incontrato durante le sue attività di sensibilizzazione. Ciò portò alla creazione della linea di moda “Made in Castel Volturno”, prodotta in un laboratorio di sartoria [8], di cui Bose, una donna di origine africana, era la figura emblematica. L’atelier produsse per alcuni anni abiti in stile occidentale realizzati con tessuti africani prima di chiudere a causa delle difficoltà nella commercializzazione delle sue creazioni.
La casa continua ad accogliere oggi bambini e bambine che si riuniscono per svolgere attività socio-educative e giovani provenienti da tutte le regioni d’Italia per fare volontariato nei campi estivi organizzati dalla cooperativa Esperanto in collaborazione con Libera.
È in questa casa che, per qualche giorno, ho montato la mia amaca. Ho colto l’occasione per osservare e fotografare le tracce, ancora ben presenti nell’abitazione, delle persone e delle attività che hanno segnato questa piccola villetta negli ultimi 15 anni, ora restituita alla comunità locale e liberata dal suo passato.
La Casa di Alice, oggetti e messaggi che raccontano le storie e i sogni di coloro che l’hanno liberata dal suo passato (Fotografie : Cristina Del Biaggio, 2026)
Le pareti della casa ricoperte di graffiti politici
Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria
Noi che crediamo ancora nell’amore profondo, che ci preoccupiamo per le sorti del mondo
Vedrai che cambierà
’Non c’è bisogno di essere eroi, basterebbe il coraggio di avere paura, il coraggio di fare delle scelte, di denunciare’. Firmato don Peppe Diana.
I giovani esprimono le proprie idee durante i campi estivi organizzati da Libera o in occasione di altre attività per ragazzi
Siamo in ritardo ma siamo ancora in tempo. Campo di Libera 2018.
Forbici che spezzano catene, sogni che diventano realtà. Campo di Libera 2018.
Libertà è quando ascoltano le tue grida. Campo di Libera 2018.
Non so cosa dia la legalità, ma so cosa toglie l’illegalità: la libertà. Campo di Libera 2018.
La solidarietà è un gesto d’amore che nasce dal profondo del cuore, che colora di gioia la vita, che ha una forza infinita
Non arrenderti. Rischieresti di farlo un secondo prima del miracolo. Campo di Libera 2018.
Bisogna vivere di passione e coraggio per non morire di prudenza. Campo di Libera 2018.
In alto: Non spegni il sole se gli spari addosso. Campo di Libera 2018. In basso, una citazione di Albert Einstein: Sono più le persone disposte a morire per degli ideali che quelle disposte a vivere per essi
La libertà non è stare sopra un albero, non è neanche un volo di un moscone, la libertà non è uno spazio libero. Libertà è partecipazione
Mani e nomi.
La solidarietà non ha confini, abbraccia tutti, adulti e bambini, regala una nuova speranza eliminando ogni distanza
Foto ricordo di momenti condivisi.
Foto ricordo di momenti condivisi. In basso, un ritratto di Thomas Sankara.
Tracce dell’atelier di sartoria Made in Castel Volturno
Made in Castel Volturno, vestiamo la Libertà in casa di Alice. E una citazione tratta dal libro Alice nel Paese delle meraviglie di Carroll Lewis : ’E’ inutile provare’ disse Alice, ’non si può credere alle cose impossibili’. ’Oserei dire che non hai fatto molta pratica’, disse la Regina. ’Quando avevo la tua età, l’ho sempre fatto una mezz’ora al giorno. A volte ho creduto fino a sei cose impossibili prima della colazione
Fotografie che mostrano le attività delle sarte dell’atelier Made in Castel Volturno.
Fotografie sulle quali si può vedere, fra gli altri, Bose, la figura emblematica della sartoria Made in Castel Volturno. Sotto, un ragno e un messaggio : ’Non schiacciarmi, non sono cattivo’
Made in Castel Volturno
Una creazione Made in Castel Volturno
Una creazione Made in Castel Volturno
Dipinti e altre opere d’arte
Dei paesaggi africani nella Casa di Alice.
Nella Casa di Alice, una porta dipinta con delle figure femminili.
Nella Casa di Alice, un quadro e una porta dipinti con delle figure femminili.
Karibu, una scultura nel giardino di Casa di Alice.
Dei premi e delle tracce di partecipazioni a eventi e altri progetti
Premio Testimone di pace al progetto La Casa di Alice.
L’associazione Scuola di pace attesta la participazione della cooperativa Altri orizzonti - Jerry Masslo alla rassegna Una canzone di pace 2012’
La copertina dell’album ’Castel Volturno canta Ghali’, dove si può leggere ’Casa di Alice, il luogo in cui si realizzano i sogni’
Dei riconoscimenti
Tessera onoraria del sindacato FLAICGIL - Castel Volturno
Delle bandiere
La bandiera dell’associazione Libera appesa nella sala da pranzo della Casa di Alice.
La bandiera dell’associazione Libera appesa all’entrata della Casa di Alice.
Bandiera della pace e ’per i diritti degli immigrati’